domenica 6 gennaio 2013

BUONA EPIFANIA ! BUONA LUCE! BUONA STELLA PER VOI !


In questo 2013, in questo “oggi”... più che mai penso al concetto di Epifania, più che a quello di Befana.. al di là di ciò che ognuno è libero di credere o anche no, il Racconto (o il racconto) dice che i 3 Magi videro un astro nel cielo e si misero in cammino, con la speranza di trovare qualcosa, qualcosa di importante..

così detto in estrema semplicità, così…

E allora io auguro a tutte le persone cui voglio bene una dolce e bella Epifania… che ognuno di voi trovi una fiamma, una luce piccola ma forte.. luminosa in questa notte che sembra davvero infinita.. un sogno, un'idea, una luce. e questa luce vi dia speranza e coraggio.. e la volontà di mettervi davanti una strada e iniziare un percorso con fiducia nelle vostre possibilità.. al di là della fatica quotidiana.. vi auguro di avere speranza e testardaggine e coraggio e forza per andare a vedere cosa c’è lì.. lì dove quella luce sembra brillare per voi.. e lì sotto quella luce piccola e forte, costruire ciò che meritate per voi…

Buona Epifania !

Antonio 

domenica 11 novembre 2012

Le cronache di Belforte : il dilemma morale di Concetto Santalepre, detto Ciccino Santalepre (racconto in due parti)


“Nominativo?”
“Santalepre Concetto”.
“Saltalepre?”
“No no.. Sann.. Sa..nn..talepre..”
 “Tutto attaccato Santalepre?”
“Si tutto attaccato”
Questo, è quanto accadeva in un giorno sperduto e vispo del lontano Febbraio del 1989, all’ufficio anagrafico per i nuovi esercizi commerciali del comune di Belforte, dove Concetto Santalepre si recò a dare “giusto battesimo” alla sua nuova pasticceria.
Rigoglioso mese, quel Febbraio 1989, pregno di segni propiziatori di buona speranza: benché Khomeini avesse messo al bando l’ultimo romanzo di Salman Rushdie e molti italiani fossero purtroppo morti in un incidente aereo nei tropici, pur tuttavia in Paraguay era finita la dittatura di Stroessner e in Sudan un gruppo di archeologi italiani aveva scoperto gli antichi resti di un prezioso insediamento, che una volta era tutto d’oro, ma che ora d’oro aveva solo il nome.
E soprattutto Fausto Leali e Anna Oxa avevano vinto Sanremo con “Ti lascerò”.
Concetto Santalepre, per gli amici Ciccino, aveva pensato che quello fosse il momento giusto, da un punto di vista cosmico, per dare battesimo al negozio di pasticceria che era sempre stato un mai realizzato sogno paterno.
Quello era proprio il momento giusto.
E così nel Febbraio del 1989 aveva aperto la saracinesca del piccolo ma voluttuoso negozio “Dolce Concetto”. Una pasticceria in cui essere serviti in modo attento e garbato, che agli occhi di Concetto era la vetta piramidale di un’autostrada di sogni che viveva da generazioni e generazioni, ma che mai si erano concretizzati e finalmente vedevano manifesta conformazione in quel piccolo delicato angolo di Belforte.
E quando si dice generazioni, si vuol dire generazioni. Discendenze di maschi Santalepre, che di volta in volta, per un motivo o per l’altro, si erano ammogliati a donne maestre nell’arte pasticciera.
Il nonno di Concetto, che pure lui di nome faceva Concetto, ad esempio, era stato militare nella Prima Guerra Mondiale, partecipando nel Giugno del 1917 alla terrificante battaglia per la presa del Monte Ortigara, contro gli austriaci. Incredibilmente ne era rimasto vivo, sebbene privato di entrambe le mani. E tornato da quell’abominio una cosa sola aveva saputo dire sempre a coloro che gli chiedevano come avesse fatto a sopravvivere alle cannonate, alla neve, alla perdita della prima mano e poi della seconda, “avevo troppo desiderio di mangiare ancora un volta, un’ultima volta, la cotognata di mia moglie”. Che era una signora cotognata!
Il padre di Concetto figlio, nonché figlio di Concetto nonno, tal Cosimo Santalepre, dal canto suo, aveva sempre sperato di poter tramutare in guadagno economico la maestria dolciaria della moglie che tanto beneficio portava allo splendore dei pranzi domenicali. Ma niente. La brava donna non si era mai lasciata tentare dal dio denaro, convinta com’era, che nelle sue mani così sapienti in gastronomia, scorresse principalmente un’energia divina, un dono mistico, una magia celeste, che non era giusto tramutare in soldo. E tanto era convinta di questo, che aveva pure smesso di toccare i soldi, per non insozzarsi le dita, che sennò smettevano di essere il tramite creativo tra la sua essenza e la sua arte . Di più, col tempo si era convinta che se mai una donna Santalepre avesse unito l’arte al commercio, sarebbe incorsa in rapida sventura. E questo, a dirla tutta, non aveva molto aiutato la scelta del partner da parte del figliuolo, che si era sempre percepito come diviso tra due intense correnti marine contrapposte. Ma alla fine, era riuscito a trovare la chiave di volta per risolvere la situazione, senza deludere nessuno.
Il buon Ciccino,  così chiamato per venir distinto dall’eroico nonno, aveva probabilmente ereditato dal padre il sogno di fare soldi con i dolci, e dalla madre la passione per le energie astrali, che orientano i destini e le fortune. E sentiva che in quel negozio si manifestava un intento generazionale. Il nome “Dolce Concetto”, proveniva proprio da questo sentimento che per decenni aveva attraversato i Santalepre. Diversamente dai suoi predecessori, egli non si era accasato con una donna dalle grandi doti culinarie, a dirla tutta, ma in compenso la signora Agostina aveva il bernoccolo per i numeri: brava, bravissima a fare conti su merci in entrata e prodotti in uscita, IVA, IRPEF e tutto quanto. E c’era di più, Agostina aveva una sorella, Filomena, abbastanza bruttarella, che non era mai riuscita a trovare marito e aveva, lei si!, il dono della cucina. In breve, la sorella era entrata a far parte della famiglia, e Concetto aveva pensato che quella fosse la condizione perfetta, per far si che il sogno familiare si concretizzasse, visto che Filomena era parte della famiglia, ma non era moglie, dunque poteva fare i dolci, senza che il commercio lenisse la sua creatività, ed in più c’era Agostina che avrebbe tenuto i conti. A Concetto spettava di tenere unita a sé la clientela. Nel corso degli anni, questo triangolo aveva avuto successo, perché Agostina teneva i bilanci alla perfezione, Filomena s’inventava ogni mese nuove sgolosanti meraviglie e Ciccino aveva trasformato il “Dolce Concetto” in un luogo in cui non solo degustare e comperare, ma anche fermarsi per una “dolce sosta”, chiacchierando con un titolare sempre pronto all’ascolto ed al buon consiglio.
Tra alti e bassi, il “Dolce Concetto” aveva tenuto botta per la bellezza di 23 anni, affrontando crisi economiche, mucche pazze e pure l’apertura di un centro di riferimento regionale  per la cura del diabete nella grande città poco distante.
Fino alla morìa del 2012, quando era arrivata la disgrazia.
Sul finire del 2011, la figlia Lucilla, nata come la pasticceria nel fortunoso 1989 (per l’esattezza, 9 mesi dopo l’apertura della pasticceria), aveva chiesto sostegno ai genitori per aprire in paese un piccolo negozio di abbigliamento, principalmente intimo e costumi da mare. Concetto all’inizio era rimasto un po’ perplesso, ma si era lasciato convincere da Agostina, la quale sapeva bene che la figlia aveva ereditato da lei la capacità di tenere sott’occhio le spese e dal padre la proverbiale socievolezza. Del resto, pensava Concetto, l’arte del commercio, come quella della chiacchiera, era una dote antica dei Santalepre, se è vero che il cognome derivava, a quanto storicamente tramandato, da un verso della commedia teatrale “Il Filosofo”, scritta nel XV secolo da Pietro Aretino: “Le grazie di santa lepre son le mie tu quinci, la quale nel romperglisi de la spalla, levava le palme al cielo, poi che non aveva fiaccato il collo”.  Questo verso stava nel mezzo di un colloquio tra un commerciante e una banda di ladri che lo invitavano a entrare nella loro banda, sostenendo che commercio e brigantaggio sono eguali. E questo verso veniva sempre ripreso da Concetto, per sostenere che l’etica professionale ed una morale incorruttibile erano sempre stati il primo augusteo parametro di riferimento della carriera sua e dei Santalepre nel suo complesso. Il dubbio sul fatto che esistesse un reale legame tra il suddetto cognome e la suddetta commedia era sempre persistito, in verità, ma Concetto ne aveva sempre sostenuto la veridicità e la volontà filiale di aprire un nuovo diverso esercizio di bottega era sembrato un momento in cui tenere fede all’antico dettame: per cui meglio commercianti ambiziosi ma onesti, che ladri!
Il negozio di Lucilla  era partito inizialmente un po’ come sempre succede: tante spese e pochi guadagni. Oltretutto (Concetto lo pensava ma non si sognava di dirlo) l’apertura si era venuta a concretizzare in un periodo astrale non proprio fausto, a causa di alcuni contrattempi che ne avevano ritardato l’avvio oltre il mese che lui aveva consigliato.
A ciò si aggiungeva un altro ostacolo. Per quanto egli fosse stato sempre padre disponibile al dialogo con la figlia, tuttavia stavolta si trovava a trattare un argomento che aveva vergogna ad affrontare: le mutande da donna. Non che non fosse accaduto che clienti della pasticceria gli avessero parlato di problemi sentimentali: era accaduto in più occasioni, certo. Ma parlare di intimo femminile con la figlia lo inquietava non poco. Quando andava a trovare la figlia al negozio si faceva forza per non imbarazzarsi, cercando di trattare l’argomento come “pura merce da vendere e niente altro”, ma sentiva che ad un certo punto le guance iniziavano a bruciargli e doveva trovare una scusa gentile per salutare la figlia ed allontanarsi.
La tattica paterna allora, si era concretizzata in un continuo tentativo di carpire informazioni dalla moglie, la quale, diversamente da lui, andava spesso al negozio della figlia.  Raramente aveva cercato di sapere qualcosa anche dalla cognata, ma sapeva di poterci fare poco affidamento, in quanto lei, bruttarella com’era, si teneva poco in considerazione sotto l’aspetto fisico, e non frequentava negozi di vestiti, figurarsi quelli di intimo! Onde per cui, il più delle volte chiedeva alla moglie, la quale da par suo gli rispondeva “ma scusa tanto.. ma perché non ci vai più spesso a trovare tua figlia in negozio? Non ci vai mai! Magari ha bisogno di te!”. Concetto, con un senso di colpa che gli intorpidiva all’istante i bei guanciotti cicciottosi, solitamente incassava e si riprometteva di andare più spesso la figlia. E poi non lo faceva.
E fino alla metà di Marzo 2012 era andata così.
Poi, la svolta.
Un bel giorno, Lucilla, nel corso della pausa pranzo, aveva dato il grande annuncio.
“Ho svoltato! Stavolta ho svoltato!”.
“Che ci fu?”,  aveva risposto la madre, versandole la pasta con i frutti di mare nel piatto.
“Grandi cose! Ho stretto un contratto con una ditta di Milano. Fanno costumi meravigliosi!”.
“Di Milano?”, aveva risposto il padre.
“Si, di Milano. Bellissimi papà”.
Costumi, costumi da mare. Bellissimi costumi da mare. La zia Filomena, in silenzio, ascoltava attenta guardando il piatto. Le sue orecchie erano attraversate da quelle semplici parole, che in breve avevano attivato la sua silente fantasia. Costumi da mare bellissimi. In silenzio fissava il piatto di pasta: per un istante le sembrò che gli spaghetti iniziassero ad ondeggiare vagamente.
“Ma a Milano li sanno fare i costumi?”, aveva detto candidamente Concetto.
“Ma me lo spieghi che domanda è???”, aveva subito risposto inferocita Agostina.
“Cioè..- aveva detto Concetto diventando arancione- è solo una domanda.. Mica c’è bisogno ti scaldi così..”
“Qual è il tuo dubbio papà?”
La discussione s’accendeva e Filomena nel frattempo osservava il suo piatto: tra un gamberetto e una vongola intravedeva se stessa nella spiaggia: i capelli sciolti, la pelle ambrata, un bikini verde. Verde smeraldo. Il colore della sensualità.
“Mi chiedo solo che cosa ne possano mai sapere i milanesi di costumi da mare, visto che mare e spiagge non ne hanno… tutto qui..”.
“Ah.. – disse, pietrificandosi, Agostina- Tu ti chiedi che ne sanno a Milano di costumi, visto che non hanno il mare”
“si…”, fece Concetto, sentendosi sempre più piccolo.
Poi fu il silenzio. Agostina e Lucilla si sentirono improvvisamente avvinte da un senso di impotenza.
Filomena, assente ai suoni e alle asprezze, sprofondava nei sogni di bikini che si erano aperti tra le vongole. La scena era sempre più definita.  Il sole vagamente al tramonto e lei, splendente tra gli spaghetti, coglieva l’ultimo sole come una novella Calipso.
“Vedi papà..”, fece per dire Lucilla, non potendo però proseguire perché Agostina già sbottava, pallida verdognola in viso, con la mani sui fianchi: “MA IO CHI HO SPOSATO ???? MA CHI SEI TUUUUU ?????”
Calipso come squarciata da un doloroso lampo di realtà, ritornò alla sua essenza di Filomena la bruttarella con i capelli col tuppo.
“Papà… anche se i milanesi non hanno il mare.. vabbè..  comunque lo conoscono.. l’hanno visto nella vita almeno una volta, ti pare ?”, provò a rabberciare Lucilla.
"E IN OGNI CASO I BIKINI MICA LI CUCIONO I PESCATORI ! ”, urlò Agostina.
“Io vendo dolci, ma il latte e le mandorle e tutto il resto lo conosco!”
“MA CHE VENDI TU ?? PASSI TUTTO IL GIORNO A PARLARE CON LE PERSONE ! PARLASSI DI MENO E VENDESSI DI PIU’ !”
Insomma figura di merda.
Lucilla lo guardava con la tenerezza di una figlia che sa che il padre ha lavorato tutta la vita con costanza e dedizione per darle la possibilità di costruirsi un futuro.
“E come sono questi costumi?”, si provò a dire Concetto.
“Bellissimi! Ho già visto il catalogo e ne ho ordinati alcuni. A breve me li inviano”.
E così accadde. Nel giro di 10 giorni arrivarono i costumi e soprattutto arrivarono i manifesti pubblicitari della nuova linea, che furono affissi nelle strade principali di Belforte. Giovani modelle, dai lunghi capelli e dalle forme perfette sfoggiavano su spiagge assolate, bikini di arcobalenica natura, che le rendevano simili ad irraggiungibili dee.
Da lì in poi iniziò l’ecatombe. Il dramma inatteso e funesto.
Le signore del paese iniziarono, prima alla spicciolata, poi sempre più spavalde ed accanite, ad andare al negozio di Lucilla, per provare questi costumi.
Tutte innamorate di questi bikini.
Tutte desiderose di indossarli.
Tutte pronte a provarli nel camerino del negozio di Lucilla, che cominciò ad ipotizzare di dover comprare un semaforo per dare ordine alla fila che si creava.
Tutte decise ad entrare in quei costumi.
Tutte decise a fare sacrifici pur di entrare in quei costumi, costi quel che costi.
E tanto più le donne andavano da Lucilla per i costumi, tanto più si convincevano di dover dimagrire, tanto più smettevano di andare a comprare i dolci da Concetto ed obbligavano i mariti a fare lo stesso.
Ad inizio Giugno il negozio di Lucilla era pieno e la pasticceria di Concetto era vuoto, come mai accaduto prima.

(continua…)

Gli altri racconti ambientati a Belforte : 
- La fiaba di Equinozio Falsomiele
 http://disordinatamente.blog.tiscali.it/2008/10/02/le_cronache_di_belforte__la_fiaba_di_equinozio_falsomiele__1932214-shtml/

- La fiaba di Nicolino Tagliavia 
http://disordinatamente.blog.tiscali.it/2008/10/10/le_cronache_di_belforte__la_fiaba_di_nicolino_tagliavia_1934311-shtml/?doing_wp_cron 

sabato 13 ottobre 2012

Gli occhi mi aspettavano


Oggi, dopo quasi un mese ho riscoperto il piacere di alzarmi di sabato mattina tardi e fare le cose con calma. Gli ultimi sabati li avevo tutti trascorsi in alberghi vari col pensiero a cosa dire nel corso di relazioni a congressi. Per la prima volta mi sveglio e faccio le cose con calma, senza pensare a slide, giacche, microfoni e bla bla bla.
E così facendo le cose con calma, mi sono accorto che siamo in autunno. Non è stata solo la pioggia che vedevo e sentivo battere fuori dalla finestra a ricordarmelo, ma sono comunque stati i miei occhi. Stamattina mi sono guardato allo specchio e i miei occhi mi hanno ricordato che l’estate è finita, anche se sto ancora in maglietta. Come ogni ottobre, i miei occhi hanno cambiato colore. Ieri vedendo un film sentivo che gli occhi e i polpastrelli delle dita sono l’unica cosa del tutto originale in ognuno di noi, almeno dal punto di vista fisico-genetico. Non so se sia vero, ma mi sembra una bella cosa da pensare. Ad ogni modo, i miei occhi, come accade ogni anno, hanno progressivamente mutato colore, passando da un verde più chiaro ad un più scuro con venature marroni. D’estate ricorda un’oliva greca, di quelle grosse, polpose, verde chiaro come il mare. Succede per via del sole e del sale marino. Poi d’autunno diventano come olive più scure, più sicule, che sanno più di corteccia, impastate di un marrone di legno di mobili antichi.
E’ un po’ come se i miei occhi fossero stati lì ad attendere che io mi fermassi e mi accorgessi di loro, mentre cambiavano. “Fatti tutti i tuoi giri Antonio !.. parla di qua e di là dottore!.. che nel frattempo che tu parli noi ci prepariamo a ricordarti che è diventato autunno… Il tuo bel tablet ti segna ogni giorno quanti gradi ci sono e che tempo farà in settimana. Il tuo bell’ aggeggio elettronico che ti porti sempre dietro e tieni pulito in modo ossessivo ti segna gli impegni settimanali, e ti dice che l’anno é fatto oramai di due stagioni, l’inverno e l’estate, con due brevi spazi di vacanza a Natale ed Agosto, in mezzo alle cose che rincorri. Noi, i tuoi occhi, siamo sempre qui a ricordarti quanto cambi nel corso dell’anno.. A ricordarti che la tua vita è fatta ancora di aria e di terra.. e questa aria e questa terra sono pastose.. e ti cambiano, mentre tu non te ne accorgi..” .
Naturalmente mi è tornato in mente il protagonista di “Uno, nessuno e centomila” che si guarda allo specchio e scopre di avere il naso storto.
Ma ancora di più mi è tornato in mente che l’autunno è marrone. E’ marrone perché è fatto di castagne e di foglie secche. Soprattutto è marrone perché quando all’asilo mi facevano fare i quadretti con le foglie secche e il collage, di solito li coloravo di marrone e verde scuro. Ora capisco che li coloravo come i miei occhi.
E capisco anche che il nostro corpo è un equilibrio strampalato e sottile tra passato vissuto e futuro immaginato. E questo passato e questo futuro li mette in contatto con l’ambiente che sta intorno oggi nel presente. I nostri ricordi di ciò che è stato e i nostri desideri di ciò che forse verrà si impastano con l’aria, con la pioggia, con la terra di oggi. E così gli occhi cambiano colore. 
A ricordare che cambiamo e restiamo uguali. A ricordare che questi cambiamenti e queste similarità li dovremmo assaporare come la parte più vera di noi. 
I miei occhi ogni anno cambiano di colore e sono la firma unica e irripetibile che la natura e la vita hanno scritto su di me.  
I nostri ricordi di ciò che è stato e i nostri desideri di ciò che forse verrà si impastano con l’aria, con la pioggia, con la terra di oggi. E così gli occhi cambiano colore. 

martedì 9 ottobre 2012

un racconto forse... o forse piú...

Da un pó di tempo penso al fatto che un weekend di questo 2012 potrebbe essere utile a raccontare l'Italia.. mi verrebbe vogliandi scriverci su un romanzo o un insieme di racconti.. forse 4.. tutti accumunati dall' essere ambientati nel weekend del 20 maggio.. in quei giorni ci furono  4 eventi particolari: le prime scosse di terremoto in emilia, lo scoppio di una bomba alla scuola Morvillo di Brindisi in cui morí una giovane ragazza innocente, le elezioni comunali in diverse cittá tra cui Palermo, e l'ultima partita di Del Piero. 4 eventi tra loro molto diversi, ma che racchiusi nello spazio di 3 giorni credo raccontino bene il nostro Paese tra pancia e cervello... non so se sarebbe meglio farne un insieme di 4 raccontini o un romanzo corale, ma credo che la materia ci sarebbe... ci ripensavo un paio di settimane fa quando dopo tanti anni mi é successo di prendere alcuni treni... particolarmente uno: il Milano-Lecce, che attraversa tutta l'Italia nella dorsale adriatica.. pensavo ad uno che torna da Torino in Puglia per votare e nel frattempo che attraversa l'Emilia colpita dal terremoto sente della bomba di Brindisi e dell'ultimo goal del suo mito calcistico... pensavo al dolore, alla paura, alla rabbia ed al coraggio che potrebbero animare questa persona, simbolo di un'Italia ferita che vorrebbe tanto rialzarsi, ma nessuno le dice come fare e se ha ancora la forza per poterlo fare perché tutti le  dicono che é in crisi e non puó piú fare nulla... raccontare una crisi che attraversa l'Italia attraverso la crisi di quell'individuo, in quello specifico weekend...

martedì 18 settembre 2012

il sapore del ritorno

A distanza di poco più di 1 anno ritorno al mio blog.. Ed è un sapore davvero strano... per tanti motivi...
Bhè innanzitutto c'è da dire che questo blog non l'ho mai sentito mio.. e forse questo è stato uno dei motivi che mi hanno spinto ad abbandonarlo.. a lasciarlo decadere lentamente ed inesorabilmente... il blog che ho davvero sentito mio, compagno di vita per anni, è il blog che avevo su Tiscali e in cui non mi fu più permesso di scrivere quando smisi di avere l'abbonamento telefonico con quel gestore.. sentivo il blog come una cosa mia e il fatto che mi si impedisse di scriverci mi colpì tantissimo... il blog di Tiscali non lo avrei mollato perchè era un pezzo del mio cuore.. questo su blogspot non è mai stato davvero mio e quindi è stato semplice non tornarci... o tornarci così.. ogni tanto.. a dare una sbirciata...
ma a dire il vero non ricordo bene nemmeno come si pubblichi un post ora..
troppo Facebook... troppo...
troppi pochi caratteri, a pensarci bene.. troppe cose altrui da condividere.. troppa gente che ti conosce.. in effetti un pò mi manca il blog, dove io potevo scrivere quello che mi pareva e magari ricevevo il commento di una persona del Trentino o della Puglia, mai conosciuta prima, che mi diceva cosa ne pensava....
E poi quando torni dopo 1 anno ti dici "ma io torno.. e se torno che dico?.. che scrivo ? "... certo che è strano, confrontarsi col blocco da pagina bianca.. quando scrivevo su tiscali mi si appellava "blogorroico" per quanto scrivevo...
Ma è vero che i social network hanno ammazzato i blog ? Spero che non sia così.. torno al mondo bloggarolo con la speranza che davvero non sia così... certo nel 2006 forse i blog erano una moda eccessiva.. ma ora che imperano i social network magari può dari che i blog abbiano trovato una loro più adeguata collocazione... un loro modo di essere meno straordinario e più sincero con se stessi... bhè lo andrò scoprendo...
il primo passo, intanto, è quello di vedere chi mi legge e se ci sono ancora quelli che una volta mi leggevano...  chissà se scrivono ancora... un paio di mesi fa, su per giù, hanno aperto su Facebook un gruppo i cui partecipanti sono exblogger tiscaliani... ed era tutto un "io scrivevo quello", "io mi chiamavo così".. un amarcord dolcissimo e terrificante, come tutti gli amarcord, che alla fin fine faceva riferimento ad una cosa lontana solo 5 o 6 anni.. ma messa così sembrava 20...
alla fine il sapore del ritorno qual è... bhè forse è il sapore dell'attesa.. l'attesa di capire se sarò davvero capace di tornare...
che strano però.. si dice sempre che è difficile partire, ma tornare è semplice.. e invece.. non è così facile tornare alle cose.. tornare alle case.. senza scomodare l'Odissea, che non ce n'è motivo.. ma a pensarci bene non è così semplice...
tornare ad essere letti, senza per forza avere un "mi piace", essere letti da qualcuno che non ti è nè amico nè "seguitore" .... strano.. è un sapore che conoscevo.. forse mi ero anche troppo abituato a quel sapore... ed ora nuovamente lo ri-conosco...
vabbè.. vediamo un pò chi c'è in giro...

sabato 21 maggio 2011

The Tree of Life. CinePsicoRecensione

Non è semplice parlare di “The tree of life”, ultimo film di Terence Malick, con Brad Pitt e Sean Penn.  Probabilmente per provare a chiarire di cosa si tratta, per provare a descriverlo, dovremmo uscire dal termine “film” e parlare di un’opera d’arte complessa, forse anche complicata. Più “video arte”, che film. Una pellicola in cui la visione delle immagini ha un qualcosa di più complesso che va al di là del contenuto della trama e delle immagini stesse. E’ raro che ciò accada. Ricordo di averlo pensato solo in riferimento ad alcuni film di Greenaway e Kubrick.
Di fondo, il film tratta dei primi anni di vita di un ragazzino nella provincia americana. Molti ritengono sia una fantomatica biografia dello stesso Malick.. ma di Malick non si sa quasi nulla, quindi sono solo ipotesi lontane.. però molti lo sospettano. Il bambino cresce, diventa ragazzino, poi lo vedremo uomo (Sean Penn). Il suo percorso di sviluppo è segnato dal confronto continuo con una famiglia dominata da un padre che non definirei violento, ma dai modi certamente aggressivi, autoritari. La madre dolce, gentile, forse fin troppo dimessa. E altri due fratelli. Comprendiamo all’inizio del film che il fratello minore diventato ragazzo partirà in guerra (presumibilmente il Vietnam) e lì morirà. Questo sconvolgerà la famiglia.
Questa è in sintesi la trama, che in sé e per sé è molto semplice. Ma il centro del film non sta in questo, bensì nel modo in cui il regista lo propone. A Cannes è stato egualmente osannato come capolavoro assoluto e fischiato come pellicola abnormemente tediosa. Come al solito, penso la verità stia al centro, e comunque il fatto che il film divida secondo me è positivo, perché vuol dire che non è un film che si assume percettivamente e basta, ma spinge a pensare, a riflettere e a dare un giudizio.
Le critiche si concentrano soprattutto su di un versante : il film ha ritmi lenti. Ha ritmi molto lenti. E’ più contemplativo, che descrittivo o narrativo. Fenomenologico probabilmente. Una contemplazione dell’umano esistere, non troppo distante, del resto, da quanto aveva fatto con “La sottile linea rossa”. Questo è il suo stile, il suo cinema, il suo pensiero. La sua arte.
Il film è tutto giocato sulle immagini, sugli sguardi, sul non verbale. Lo sguardo che il bambino ha sul mondo e sui genitori. Lo sguardo che ha sulla natura e sul mondo. L’esperienza che lui fa di esse, ed in base a cui “legge” il mondo e la sua stessa vita. E noi leggiamo la sua, come abbiamo letto e leggiamo la nostra. Il bambino parla poco col padre e il padre insegna poco a parole al figlio: tutto è giocato su “quanto” e “come” i due si avvicinano e si ritraggono l’uno dall’altro, come convivono amandosi e odiandosi. Da questo punto di vista è un film che consiglierei ad un sacco di colleghi psicologi, soprattutto a chi si occupa di infanzia, di attaccamento, di sviluppo della personalità.
Ma non è solo l’esperienza di una vita, il percorso di un essere umano che conosce il suo mondo e se stesso, è qualcosa di più. Malick tenta un’impresa rischiosa, ma affascinante: riallacciare lo sviluppo della vita del bambino con lo sviluppo del mondo stesso. E’ ciò che gli psicologi evoluzionisti chiamano “il racchiudersi della filogenesi nell’ontogenesi”.. nel nostro percorso di crescita, nel modo in cui affrontiamo il mondo, fisicamente e psicologicamente, non c’è solo la nostra esperienza, ma millenni di esperienza dell’uomo. Millenni hanno plasmato la natura, il mondo, la civiltà. Millenni hanno contribuito a creare il cervello che adesso ci portiamo ognuno dentro di noi. Millenni hanno contribuito ad affinare la nostra mente, le nostre motivazioni di base.


Ed è lì nel confine tra il nostro sistema mente/corpo e il sistema mondo/universo, che Malick pone la domanda : seguire la Grazia o seguire la Natura ? Seguire cioè un simbolo materno, dato di dolcezza, comprensione, tenerezza, oppure seguire il simbolo paterno, dato di lotta cannibale, irruenza ma anche autoritarismo.
Parallelamente alla nascita del bambino vediamo il big bang. Parallelamente ai primi giochi sociali del bambino, vediamo dei dinosauri che si attaccano ed uno che riesce a sopravvivere solo perché si finge già morto. Sopravvivenza e assunzione di ruoli.
Per dire che “sopravvivenza” e “assunzione di ruoli” non sono solo dinamiche degli esseri umani contemporanei, ma sono qualcosa che è inscritto a fuoco dentro ognuno di noi per le esperienze di millenni.
In questo si vede più chiaramente il concetto di “Albero della vita”, che è un archetipo culturale, oltre che uno dei più celebri soggetti artistici. Torna alla mente nella sua bellezza il quadro di Klimt. La sostanziale differenza tra l’albero della vita come concetto darwiniano e l’albero della conoscenza biblico. Nel portale della Cattedrale di Palermo c’è un bassorilievo che lo rappresenta.
Ma stando al cinema, non mancano gli esempi, l’albero di “Forrest Gump” e quello di “Avatar”, in primis .
Quindi non solo il concetto di “vita” e di “forza naturale”, ma quello più complesso (perché carico di più sofferenza) di “crescita”.
Tutto questo è tradotto in immagini che sanno parlare sia il linguaggio della grandiosità e dello spettacolare, sia quello dell’intimo, del vivere soggettivo. Qualcosa che è difficile a dirsi a parole, figuriamoci a renderlo visivamente…! Basta vedere il passaggio dalla scena in cui il padre carezza per la prima volta i piedi del bambino appena nato, a quella in cui asteroidi colpiscono la terra e danno vita allo spostamento di masse terrestri ed all’inizio della vita senza i dinosauri.


Il delicato e il roccioso, il tenero e il violento, il sensuale e il rabbioso. La Grazia e la Natura.
L’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. Forse è questo che ci si chiede nel film: l’infinitamente piccolo dell’umana esistenza e lì infinitamente grande dell’universo sono baciati dallo stesso respiro, sono frammenti di uno solo unico grande percorso. Se tutto ciò può portarci a non guardare più come il film descrive la vita, ma a chiederci noi stessi la vita che cosa sia, sulla base delle immagini del film.. bhè questo è solo un gigantesco merito del regista! Se poi qualcuno mentalmente si sposta dal concetto di vita a quello di Vita e di Dio, a prescindere dalla risposta che si darà, il merito è doppio.
L’infinitamente piccolo della natura e l’infinitamente grande dell’essere umano. Anche. Se vogliamo.
Il grande e il piccolo.
Questa è la Natura ed il mondo, spazi immensi sconfinati che ti fanno sentire tremendamente piccolo e nullo, ma anche piccole foglie dai colori lucenti, insetti minuscoli che in loro stessi racchiudono il tocco della vita unica e irripetibile.
E così è anche la vita dell’essere umano, tra momenti sorprendenti e piccoli impercettibili drammi che sembrano a tutti unici e sconosciuti. In questo senso la scena in cui il ragazzino passeggia di sera tornando a casa e osservando la gente che sta dentro ed urla cose da lontano incomprensibili, bhè.. è una scena straordinaria.
Chiedere allo spettatore di conciliare in un solo pensiero, in una sola visione, tutto questo non è certo semplice. Non credo nemmeno sia un discorso di capacità di comprendonio dello spettatore medio. E’ un film ambizioso e difficile, che tratta un argomento filosofico attraverso un linguaggio prettamente visivo. A mio avviso un linguaggio espressamente concreto, ma a qualcuno sembrerà mistico. A molti piacerà e a molti non piacerà, e penso sia normale e sia anche giusto. Non è un film fatto per piacere a tutti. E’ un’opera d’arte tanto grandiosa quanto intima per alcune brevi immagini, per alcune risonanze emotive che può procurare.
Il mio giudizio è che è un grande film, che descrive il rapporto figli-genitori con una delicatezza ed una potenza che raramente avevo visto. Basta vedere la locandina del film per capire cosa voglio dire. Per una volta, oltretutto, la locandina italiana è assolutamente superiore a quelle originali americane.
  
Il mio consiglio è di vederlo. Vederlo responsabilmente, come si suol dire, consapevoli che è lungo e dai ritmi lenti, quindi evitare l’ultimo spettacolo della giornata, dopocena. Però vederlo, ne vale assolutamente la pena. Raramente si era visto qualcosa del genere. Raramente se ne vedrà. 

mercoledì 27 aprile 2011

Cinepsicorecensione : Habemus Papam e Il discorso del Re

In un album del 2008, “Il mondo che vorrei”, Vasco Rossi cantava così : “e adesso che sono arrivato/ fin qui grazie ai miei sogni/ che cosa me ne faccio della realtà ? / adesso che non ho/ più le mie illusioni / che cosa me ne frega / della verità ? / adesso che ho capito /come va il mondo / che cosa me ne faccio della sincerità ?? / E adesso che tocca a me.. ??  / e adesso che tocca a me..” .
Ripensavo a questa canzone, ripercorrendo mentalmente le immagini di due film che recentemente ho visto. Diversi, per molti aspetti, ma anche con molti elementi in comune.
Sto parlando di “Habemus Papam”, di e con Nanni Moretti e Michel Piccoli . E poi anche di “Il discorso del re”, di Tom Hooper, con Colin Firth e Geoffrey Rush .
Due film che tra loro hanno certamente delle differenze di contenuto e di stile (il primo è verosimile, potremmo dire, il secondo è vero, almeno nell’accezione manzoniana; il primo è essenzialmente metaforico, il secondo descrizione di un personaggio realmente esistito in un momento storico preciso). E però.. e però.. proprio le parole del Vasco nazionale sembrano evidenziare l’elemento chiave che caratterizza questi due film. Quando arriva il momento della vita in cui semplicemente “tocca a me”.
Di questa cosa ne ho parlato anche anni fa, analizzando un quadro di Caravaggio che mi è particolarmente caro “La conversione di Matteo” a San Luigi dei Francesi, in Roma. Ricordo che il post si chiamava “La luce illumina te”.
Ecco, in qualche modo questi due film ripercorrono quell’argomento: l’assunzione di una responsabilità, la scelta non facile.


Partiamo col primo: “Habemus Papam”, di N. Moretti.
Intanto sto film piacerà a chi ama Moretti. Non è detto che chi non lo ama particolarmente come regista, certamente avrà in disgusto sto film, ma di certo conoscere il suo linguaggio aiuta non poco a comprendere il perché di alcuni passaggi e soprattutto la scelta finale del protagonista. Il film è da vedere. Probabilmente in alcuni passaggi può piacere di più o di meno, ma vale la pena di vederlo, quello è sicuro.
In sintesi la storia : muore Giovanni Paolo II, si aprono le votazioni per il nuovo Papa e in breve si comprende come sia un incarico che nessuno si sente in grado di poter assumere. La scelta ricade su un cardinale francese, tale Melville. Lui accoglie il compito dinnanzi agli altri cardinali ma, al momento di affacciarsi al balcone per salutare la folla, il terrore lo assale. Da qui si dipana una storia in cui ne accadranno di tutti i colori. Sarà chiamato uno psicanalista ipernarciso che non saprà far nulla per il neoPapa e lo invierà dalla exmoglie, psicanalista anche lei (Margherita Buy). Il Papa scapperà e girerà per la notte romana, cercando la solitudine in virtù della quale spera di riuscire a comprendere il popolo di fedeli che dovrebbe guidare, in un percorso che però sente troppo più forte di lui. Nel frattempo lo psicanalista Moretti, che per obbligo al segreto non può uscire dal Vaticano, organizzerà un campionato mondiale di pallavolo tra i cardinali di tutti i continenti, anche loro obbligati a stare lì sino a che il Papa non si affaccerà dal balcone di San Pietro per la benedizione ai fedeli, che formalmente chiude la fase di elezione. Taccio sul finale. Per alcuni è stato un cazzotto allo stomaco, per altri la giusta quadratura del cerchio. A mio avviso è un finale che ci può stare se si pensa al cinema di Moretti. I rimandi al suo cinema sono tanti. In un’altra occasione aveva fatto lo psicanalista, nel dolorosissimo “La stanza del figlio”. Anche lì c’era di mezzo un’attesa. E la morte e l’attesa erano centrali anche in “Caos calmo”, film non di Moretti, ma certamente morettiano. Anche in “Caos calmo” c’era la difficoltà del protagonista nell’assumere un ruolo, dopo esser diventato vedovo. C’era la rappresentazione di un essere umano che ritiene di dover stare in panchina per un pò, per capire se stesso, per comprendersi. Ma in quella panchina non ce lo fanno stare, perché continuamente vanno a ropergli le palle gli altri, con i loro problemi.
“Habemus Papam” parla di questo, usando la metafora, l’iperbole potremmo dire, di usare la figura del Papa. La scelta per eccellenza. Come tirarsi indietro ? Eppure ..
Ma “Habemus Papam” scorre per diversi piani di lettura. Una, quella più semplice (che come sempre ha scatenato polemiche diffuse e, a mio avviso, pretestuose), è quella delle difficoltà che vive attualmente la chiesa, il Vaticano, nel parlare la lingua dei popoli del 2000. Da questo punto di vista preferisco il discorso svolto da Moretti alcuni anni fa con “La messa è finita”, altro splendido film. Lo consiglio ai tanti che probabilmente non lo avranno visto.
Altra lettura è quella della critica, benevola, comica, manieristica, ai tanti “psicoqualcosa” che tempestano tv, giornali e media vari. Nello specifico sia Moretti che la Buy recitano la parte di psicanalisti. Il personaggio di Moretti è fissato con il suo essere “il migliore”, la Buy concentrata sul suo perenne diagnosticare a tutti i pazienti un “deficit di accudimento” nell’infanzia. In entrambi, ciò che più si nota, è una manifesta difficoltà ad ascoltare chi hanno davanti, nella  sua specifica originalità di persona unica e irripetibile, per passare subito ai discorsi che sono bravi a fare, alle “letture del mondo e del vivere” che sono abituati a compiere. La consuetudine a tradurre in breve tempo la persona in paziente (leggi “insieme di sintomi”). Un agire meccanico che li porta a fare con tutti la stessa cosa. Io personalmente mi sono chiesto cosa avrei mai fatto dinnanzi ad una situazione simile. Di certo avrei agito diversamente, ma non posso negare che inconsapevolmente avrei anche io una tendenza a tradurre subito la persona in paziente attraverso i soliti schemi che sono abituato ad utilizzare. Fa parte del lavoro, ma è comunque importante esserne consapevoli e non dimenticarci di chi abbiamo avanti nella fretta di farlo quadrare subito nei nostri schemi operativi.
Resta imperdibile la sequenza in cui Moretti si trova con i cardinali e gli descrive gli effetti degli psicofarmaci che assumono. Esilarante e inquietante al contempo. Come molti altri momenti del film, a partire dal torneo di pallavolo.
Esilarante ed inquietante è anche il gruppo teatrale a cui si avvicina il cardinale Melville mentre si trova da solo per le strade di Roma. E così, ricordando di quando da giovane anche lui voleva fare teatro. Il gruppo mette in scena Checov, “Il gabbiano”. La scelta non è casuale. Così come non è casuale che il protagonista si chiami Melville, come l’autore di “Moby Dick”.
Viene voglia di abbracciare Nanni Moretti solo per aver pensato ad un cardinale che si chiama così e preferirebbe recitare Checov piuttosto che diventare Papa.
Questo porta ad un altro piano di lettura di questo film, che mi ha molto interessato: l’esser attori, sulla scena, come sulla vita. Lì la metafora, la chiave psicologica del film, si fa seria e assume tutto il suo valore, la sua potenza evocativa. Quante volte dinnanzi a scelte difficili, a ruoli che sentiamo troppo grandi per noi, ad un vivere troppo distante da quelle che sentiamo sarebbero le nostre caratteristiche di persone, di esseri umani, quante volte la nostra decisione finale è quella di un sottometterci ad un pirandelliano recitare? La scelta di fare il folle ne “Il berretto a sonagli”, in “Enrico IV”. Recita, pantomima. Splendida, da questo punto di vista, è la figura della guardia svizzera, cui viene chiesto di simulare di essere il Papa, avendo una corporatura simile, facendosi vedere da dietro le tende allo scopo di rassicurare gli altri cardinali e i fedeli a San Pietro. Inizialmente confuso, il soldato poi godrà di tutto il suo egocentrismo nel simulare di essere addirittura il Papa, per poi comprendere di essere anche lui non più complice, bensì prigioniero, di un ruolo in una macchinazione.
Ma recita anche la Buy: pensa che i bambini non capiscano che ha un nuovo fidanzato, non sa come dirlo loro, non vuole dichiararlo nemmeno a se stessa e mente sulle telefonate che gli fa. Naturalmente i bambini capiscono ogni cosa.
Recitano i cardinali nel voler infondere coraggio a Melville quando ognuno di loro singolarmente aveva pregato di non essere lui il prescelto.
Recita Moretti, che si atteggia a primo della classe e si arrabbia quando il torneo di pallavolo viene sospeso all’improvviso.
Recitano tutti, mentono tutti, soprattutto a loro stessi. Per questo la risata si fa aspra: anche i momenti più comici (e sono tanti) acquistano tutto il loro sapore di amarezza nella scelta finale.
In tutti questi casi l’elemento metaforico descrive benissimo il rapporto complesso insito tra la scelta di un ruolo da assumere e la scelta del recitare nella vita. Non a caso, il più dolce e sincero di tutti (ma anche il più inquietante) sembra l’attore folle che vuole da solo recitare tutte le parti de “Il gabbiano” : l’apoteosi dell’ “Uno, nessuno e centomila”. L’unico che vorrebbe recitare sulle scene e forse alla fine sceglie di non farlo nella vita è proprio Melville.
Potrà apparire un Moretti pirandelliano, ma non credo sia così. E’ un Moretti che in tutto e per tutto porta avanti una sua poetica, un suo modo di fare cinema e raccontare le pieghe dell’essere umano. Lo fa da anni. Da anni lo fa bene !

Dopo un tale spropositato panegirico a Moretti e al morettismo come mi metto a parlare de “Il discorso del Re” ? Come fare a parlarne bene o male dopo che tutto il mondo ne ha già parlato oltremodo benissimamente bene ? Ma del resto perché mai parlarne male ? , ci sarebbe da chiedersi.
“Il discorso del Re” è un buon film, un gran buon film. Un film impeccabile si potrebbe dire, mentre ad esempio “Habemus Papam” impeccabile proprio non lo è. “Il discorso del Re” è girato con buon stile, talvolta un po’ calligrafico nelle passeggiate in mezzo alla nebbia nei giardini di Kensington.
Sinteticamente, il Duca di York, fratello minore dell’erede al trono, soffre di balbuzie. Ogni qual volta deve parlare in pubblico, ma anche con la sua stessa famiglia, si blocca. Un logopedista australiano (dunque un suddito delle colonie) lo aiuterà a trovare la forza della sua voce, e così anche la forza e il coraggio nell’esprimere se stesso nel momento in cui l’impero inglese ha bisogno di stringersi attorno al suo Re nel terrore dell’avvento di Hitler in Europa. Il duca diventerà re, trovando in se stesso il coraggio che una vita di piccole e grandi umiliazioni all’ombra di padre e fratello maggiore (e il dolore per la perdita del fratello minore) gli aveva sino ad allora negato. La metafora del bruco che diventa farfalla e con la sua riacquisita capacità di comunicare oralmente dà forza e fiducia non solo a se stesso, ma al mondo libero.
Chiunque è convinto che “pensare bene porti a parlare bene” (che poi non è detto sia sempre così, anzi.. ) , ma non sia così scontato che “parlare in modo nuovo porti a pensare in modo nuovo”, su di sé e sul mondo. Immagino che questo film in gran parte voglia dire proprio questo. Evolvere il proprio linguaggio aiuterà ad evolvere, aprire, liberare la propria personalità ? Viene da dire si, ma a che prezzo ! Per chi voglia saperne di più, Chomsky, Piaget e Vigotskji c’hanno scritto e teorizzato tantissimo e benissimo.
E anche qui c’è il senso dell’attesa, il conflitto tra “essere e non essere” (non a caso citato nel film), cioè il tema della scelta consapevole e dell’assunzione di ruoli davanti a sé, alla propria vita, al mondo stesso se vogliamo.
Gli attori sono tutti in parte. Colin Firth ha vinto un oscar ineccepibile nella sua balbuziente interpretazione di Giorgio VI. Chiunque lo vede doppiato in una lingua non inglese ha una spropositata curiosità di ascoltare l’originale per capire meglio il lavoro sulla voce e sul personaggio, svolto dall’attore britannico. Geoffrey Rush è bravo bravo bravo nel ruolo del logopedista. La “sempiternamente old england style” Helena Bonham Carter ha un ruolo che le calza benissimo (bhè è il ruolo di una vita, si potrebbe anche dire.. per chi come me la follemente amata in “Fight Club” è un dispiacere vederla sempre e comunque in film di ambientazione inglese antecedente gli anni ’40). Per quelle 3 o 4 apparizioni che ha, personalmente ho amato tantissimo Timothy Spall nel ruolo di Churchill. E poi c’è il rinato Guy Pearce (ma dove era finito negli ultimi 5 anni???) nel ruolo del fratello regnante, che abdicherà per amore ( o per circonvenzione d’incapace?.. bhè forse è lo stesso..). Insomma gli attori son tutti bravi.
La parte migliore è certamente quella data dalle sequenze di dialogo tra il futuro re e il logopedista. Non solo per la loro recitazione, per la tecnica recitativa che mettono in campo (perché comunque di questo si tratta, anche se meravigliosamente, ma questo sono il tartagliare di Firth e le smorfie di Rush, tecnica), ma per il modo in cui si relazionano, si confrontano, si sfidano, infine condividono.
Non saprei dire se questo film alla lunga sia un apologo della lotta interiore per liberare la nostra vera identità spesso incatenata dalle nostre paure, oppure sia un tributo alla forza della tecnica orale, dell’artifizio dinnanzi al pubblico. Magari ci stanno entrambe, magari il re ha una sua natura che a poco a poco farà emergere sempre più con coraggio, ma per farlo dovrà di tanto in tanto appoggiarsi all’artifizio, di quel tanto che basti affinché il secondo non prevalga comunque sulla prima.
Anche qui il nodo centrale è quello del recitare e quanto recitare, dello svelare se stessi e quanto farlo. Anche qui un personaggio grandioso prova timori comuni ed è metafora del nostro piccolo comune, talvolta quotidiano, talvolta no, chiederci “e adesso che tocca a me??” .